IN ITALIA NON SI PUO DIRE Basta all’immigrazione selvaggia Censura di Stato sugli immigrati. Palazzo Chigi minaccia Giorgia Meloni

RISSA

 

Lettera minatoria di Palazzo Chgi alla Meloni: le ordina di usare altri toni e cambiare opinioni. La replica della leader di Fdi: “Esiste un ente finanziato dalle tasse per censurare le opinioni Sono sconvolta”
Roma – In Italia non si può dire «Basta all’immigrazione selvaggia». Sembra una barzelletta ma è così: scatta il bavaglio di Stato.Interverrà il fantomatico Unar, ente sconosciuto ai più il cui acronimo è Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale.

L’organismo pubblico, pagato quindi dai cittadini italiani, è nato nel luglio del 2003 e serve a promuovere la parità di trattamento e rimuovere le discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica. È una costola burocratica della presidenza del Consiglio dei ministri e tra le sue funzioni ha anche quella di «svolgere, nel rispetto delle prerogative e delle funzioni dell’autorità giudiziaria, inchieste al fine di verificare l’esistenza di fenomeni discriminatori». Insomma, ha il potere di bacchettare chi dice qualcosa che non va bene al governo. Sembra assurdo ma è tutto vero. Basta chiedere a un’allibita Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che s’è vista recapitare una lettera dall’ente con cui le si intima di moderare i toni in materia di immigrazione. Missiva a cui la parlamentare ha subito risposto con un’altra lettera che pubblichiamo qui sotto.

Ma cosa aveva osato dire la Meloni? Aveva dichiarato in un’intervista che sarebbe stato opportuno che la quota di immigrati ritenuta necessaria andasse principalmente accolta da Paesi che si sono dimostrati non violenti. In sostanza: porte aperte a chi ha voglia di integrarsi, altolà a potenziali integralisti. Al di là del merito dell’opinione, tra l’altro più che ragionevole, stupisce la censura di Stato da parte dell’Unar che scrive testuale alla deputata: «Esaminando con attenzione il contenuto delle affermazioni attribuite a lei, quest’Ufficio (…) ritiene che una comunicazione basata su generalizzazioni e stereotipi non favorisca un sollecito ed adeguato processo di integrazione e coesione sociale». Insomma, sostenere che occorre premiare l’immigrato pacifico invece che l’integralista non si può. «Si coglie l’occasione per chiedere – scrive sempre l’ente pubblico con il ditino alzato in faccia alla Meloni – di voler considerare per il futuro l’opportunità di trasmettere alla collettività messaggi di diverso tenore». Un proto-MinCulPop?

L’Unar, per giunta, fece parlare di sé per un altro caso legato però alle discriminazioni sessuali. L’ente aveva sponsorizzato e autorizzato la diffusione nelle scuole di un kit per insegnanti dal titolo «Educare alla diversità a scuola»: tre libretti in cui si insegnava a tutti gli alunni, dalle elementari alle superiori, che la famiglia padre-madre-figli è solo uno «stereotipo da pubblicità», che i due generi maschio e femmina sono un’astrazione, che leggere romanzi in cui i protagonisti sono eterosessuali è una violenza, che la religiosità è un disvalore. Scoppiò, naturalmente, un caso politico anche perché né il ministro per le Pari opportunità né quello dell’Istruzione erano a conoscenza dell’operazione. Il direttore dell’Unar venne redarguito con una nota formale di demerito da parte del viceministro per le Pari opportunità Maria Cecilia Guerra. Oggi, quello stesso funzionario di Stato, dice alla Meloni cosa può dire e cosa no.

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