Il leader Orban l’uomo con gli attributi che sfida Bruxelles

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Il leader Orban innalza muri contro gli immigrati e attacca l’Unione per la sua politica fallimentare: “La difesa dei confini esterni è prevista dalla legge. E il problema non è europeo, è tedesco”

Pesante da mandar giù, ma siamo arrivati al punto che in Europa ci serve un J.R. Uno come il cattivo di Dallas, che senza di lui la serie avrebbe chiuso dopo quattro puntate. J.R. è Viktor Orban. Sì, il mostro del filo spinato, delle stazioni piene e dei treni sigillati. Quello che fa arricciare il naso ai pulitini della sinistra che stanno ai muri come gli ex alcolisti al vino: siccome ad un Muro sono stati aggrappati per anni, ora inorridiscono financo al sentirne parlare.

Orban, ieri, è andato a Bruxelles e le ha cantate chiare sulla crisi migratoria. Pubblicamente. «I leader europei hanno dimostrato chiaramente di non essere in grado, di non avere la capacità di gestire la situazione». E ancora «La difesa dei confini esterni non è una scelta ma è prevista dalla legge. Noi stiamo difendendo il trattato di Schengen. Stiamo difendendo l’Europa». E poi l’annuncio di riprendere «il controllo delle frontiere», «a partire dal 15 settembre, passo dopo passo». Orban ha spiegato: «Informeremo tutti. I richiedenti asilo, i trafficanti e i Paesi vicini, su quale sia il regolamento legale in Ungheria, quali saranno le nuove pratiche, come si viene in Ungheria e come non si può venire in Ungheria». Non è mancato un affondo alla Germania: «detto tra noi, il problema non è europeo, è un problema tedesco. Tutti vogliono andare in Germania». In serata, poi, dopo aver incontrato i presidenti del Parlamento Ue, del Consiglio e della Commissione, ha detto di aver chiesto loro «se avevano un’idea migliore rispetto alla nostra barriera, e hanno ammesso di non averne ma di essere comunque contrari». E ha poi annunciato l’ipotesi di costruire, se sarà necessario, una barriera anche al confine con la Croazia. D’altronde, «se consentiamo a tutti di arrivare in Europa, non ci sarà più nessuna Europa».  

Tutto questo l’ha detto nella tana del lupo, e il lupo è quella retorica immobilista che ha portato al collasso che stiamo vivendo. Accanto a lui in mattinata, nell’incontro con i giornalisti, il presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz, che di quella retorica è uno dei volti. E infatti ha ricordato che «quello che sta accadendo era prevedibile già due anni fa. Sono stato uno dei primi ad andare a Lampedusa allora». E poi ha evidenziato la necessità di «trovare una base comune per gestire l’immigrazione legale verso l’Europa e regole comuni per la protezione temporale dei richiedenti asilo». Cose fritte e rifritte da anni, ogni volta sperando che sia quella buona. Il dato è che Orban, J.R, ha tirato un sasso sul vetro dei palazzi di Bruxelles. Come lo fece a suo tempo Varoufakis sulle questioni economiche. E come non ha mai fatto finora, pur essendone ampiamente legittimato, il nostro governo. Dove sono tutti leoni in patria e agnelli lassù. Valga come esempio il vertice straordinario Europeo del 23 aprile, dopo la strage del barcone rovesciatosi con quasi mille persone a bordo. In quell’occasione si deliberò di potenziare la missione Triton, e di quote si parlò soltanto. «Risultato clamoroso per l’Italia», disse Renzi. Il risultato clamoroso è che dal Mediterraneo si continua ad arrivare come prima e attraversando il Mediterraneo si muore come prima. 351.000 persone, secondo l’Oim, hanno affrontato il Mediterraneo solo quest’anno, di cui 115mila arrivate in Italia. I morti o dispersi sono stati 3.500. Viene da chiedersi, dunque, perché ci sia voluto proprio Orban per inchiodare così fortemente il «sistema europeo» alle proprie mancanze. Affrontando a muso duro la logica della «traumocrazia», il dominio dei traumi. Un barcone che si rovescia oggi, un gruppo di disperati che soffoca in un camion, le foto del cadavere di un bimbo di tre anni. Istantanee del dolore brandite come arma di colpevolizzazione strategica, come accaduto nelle scorse ore in Gran Bretagna verso il premier Cameron. Fin quando il fuoco si allevia e tutto torna come prima. E altri morti, e altri drammi.

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