BONO VOX? ESPERTO DI PARADISO DI FISCALI CI FA LA MORALE SUI CLANDESTINI: MARIO GIORDANO CI RACCONTA CHI E’ VERAMENTE IL LECCAPIEDI UFFICIALE DEI PADRONI DEL MONDO

 

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1. BONO VOX, L’ESPERTO DI PARADISI FISCALI CHE CI FA LA MORALE

Mario Giordano per “Libero Quotidiano”

Ma com’è Bono lei. La rockstar, leader degli U2 e cantante della solidarietà planetaria, è tornata fra di noi per darci lezioni di morale. Se ne sentiva il bisogno, in effetti: avendo lui aperto otto società off shore alle Antille olandesi per eludere il fisco, è diventato un indiscutibile maestro di etica. Per questo è stato all’Expo, ha incontrato Renzi, ha rilasciato un’intervistona alla “Stampa”

E così ha avuto modo di spiegarci con toni perentori come aiutare chi soffre, come lottare contro la povertà, come debellare la fame nel mondo e soprattutto come accogliere gli immigrati. Esattamente come fa lui: uno che è disposto a tutto per aiutare il prossimo.

A patto, s’intende, di non pagare le tasse. Dall’alto del suo patrimonio da quasi un miliardo e mezzo di euro, dimenticando per un attimo il suo parco auto da sceicco, il suo tenore di vita da pascià e la sua passione per la turbo finanza, Bono Vox ci suggerisce di «parlare di Africa non come un problema ma come un’opportunità». Tesi interessante, se proposta da lui: che stiano aprendo un paradiso fiscale anche in Costa d’Avorio?

 Le tasse del Gabon sono più basse di quelle delle Antille Olandesi? In attesa di una risposta, ci rimettiamo in ascolto del Verbo Bono: «L’Europa – dice il maestro – è un pensiero che deve diventare un sentimento». Bella frase: suona bene e non vuole dire una fava. Quelli dei Baci Perugina saprebbero far di meglio. Senza contare che di sentimenti l’Europa ne stimola già fin troppi. Ma è meglio non dire quali.

Per noi ci sentiamo di ringraziare la rockstar: ci mancavano proprio un po’ di banalità a buon mercato. Concorrenza sleale a Renzi? Davanti a numerosi esponenti del governo, dalla Boschi a Martina, Bono in effetti ha speso parole entusiastiche per il nostro premier: «Mi piace il suo italian ego», ha detto (beh, sì in effetti a ego fanno una bella gara). Poi ha aggiunto che Renzi «è stato l’unico sano di mente in un clima folle» (andiamo bene). Subito dopo però la rockstar ha eletto la Merkel a «nuovo simbolo morale».

Ecco: Renzi unico sano di mente e Merkel simbolo morale, perfetto no? Ci manca che paragoni la Germania al Club delle Giovani Marmotte e Mario Draghi a Madre Teresa di Calcutta e poi la sua ribellione nei confronti dei poteri forti sarebbe davvero completa. Proprio come vuole la leggenda della rockstar, disposta a tutto, come è noto, pur di schierarsi vicino ai deboli. Ma soprattutto lontano dall’erario.

 Quest’ultima caratteristica, cioè l’idiosincrasia al fisco, gli ha dato però un’autorità morale indiscussa sul palcoscenico dell’Expo, dove il leader degli U2 ha voluto smentire chi dice che è Bono solo a cantare. Balle. A raccontare favole è molto più bravo. E infatti la sua lectio magistralis di etica arriva perfino a spiegarci come dobbiamo chiamare quelli che accogliamo a casa nostra. Immigrati ovviamente non va bene, migranti neppure, clandestini figuriamoci. A lui piace “profughi”. E quelli che profughi non sono? Li chiamiamo profughi lo stesso, perché a Bono piacecosì.E nessunolo contraddica, altrimenti lui se ne va alle Antille Olandesi, insieme alle sue società off shore

E noi come potremmo vivere senza? Chi ha l’autorità di sostituire cotanto magistero? Sentirsi in paradiso (fiscale), evidentemente avvicina alla santità. E infatti Bono Vox non si è limitato a dare lezioni di etica a noi poveri mortali. Macché: ha spiegato persino le Scritture al Papa, dopo averlo definito “un poeta” (qualcuno gli ha detto che si chiama Francesco perché si è ispirato al Petrarca?). «Nelle Scritture ci sono oltre 2mila passi sui poveri», ha detto.

 E poi ha aggiunto: «Gesù parla di giudizio universale non a proposito di comportamenti sessuali ma su come trattiamo i poveri». Infine ha rivelato al Pontefice e a noi tutti il vero senso del Giubileo della misericordia. Si tratta, ha declamato in modo definitivo, di «misericordia articolata in azioni». Azioni? Che si sia confuso con quelle di Wall Street? Non importa. Qualche imprecisione ci sta. D’altra parte Bono Vox, candidato al premio Nobel all’ipocrisia, l’altro giorno era davvero un fiume in piena: ha citato Nelson Mandela e Desmond Tutu, è saltato a piedi uniti sul piccolo bimbo morto in Turchia (definizione: «è Gesù»), ovviamente ha tirato in ballo la giovane Malala, che dà sempre un certo tono.

Poi quando gli hanno chiesto: «Ma tu la prenderesti una famiglia di profughi a casa tua?», è andato in apnea. «Ne stiamo parlando a casa… È complicato… Bisogna capire come farli entrare…». Ma come?Vuoi aprire le porte al mondo e non riesci a far entrare quattro profughi a casa tua? E pensare che i mezzi non gli mancano. Le leggende metropolitane sulla vita da nababbo della rockstar raccontano di quella volta che in un solo pomeriggio di shopping in via Montenapoleone spese 160mila euro. O di quell’altra che pagò 1.700 dollari per un biglietto aereo di prima classe intestato al suo cappellino portafortuna, che aveva dimenticato a Londra. Si capisce: quelli che si trasferiscono da un Paese all’altro devono viaggiare comodi. Almeno in questo Bono Vox è coerente. Chissà che presto non ci ordini di chiamare “profugo” anche il suo cappellino portafortuna.

Emiliano Liuzzi per “Il Fatto quotidiano” – articolo del 24 FEB 2014

 Il suo primo sostenitore si chiama Matteo Renzi, appena eletto sindaco di Firenze non continuava che ripetere: “Mi piace citare Bono Vox quando sostiene che i politici sono i depositari dei sogni delle persone. La politica è un privilegio nel senso che è una straordinaria opportunità e una grandissima responsabilità”. Non era potente quanto oggi, Renzi. Ma aveva già visto lungo: Bono è una delle rockstar più amate dai potenti di tutto il mondo.

bono

Una figura controversa, a dirla tutta, come racconta in un pamphlet Harry Browne, libero docente alla School of Media del Dublin Institute of Technology. I suoi articoli sono apparsi in CounterPunch, sulla Dublin Review e in altri giornali irlandesi. Nato in Italia e cresciuto negli Stati Uniti, vive in Irlanda dalla metà degli anni Ottanta e in 279 pagine massacra Bono e gli U2, parla di un uomo avido di denaro, che ha portato i soldi nelle Antille francesi per ripararsi dal fisco, sta dalla parte dei potenti, quando ha scritto una delle più celebri canzoni non sapeva neppure di cosa stava parlano.

 Questo come antipasto, il resto è fatto di una serie di colpi da mettere al tappeto chiunque. Compreso Bono, che quando ha letto il libro non l’ha presa per niente bene.

Il cantante degli U2 è considerato il più popolare ambasciatore della causa africana nel mondo. Le cause, forse. Sicuramente è il più popolare. L’origine, secondo l’autore, è la partecipazione a una canzonetta di dubbio gusto, Do they Know it’s Christmas, un pezzo “paternalistico e molto, molto bianco”.

Altro fattore – sempre secondo Browne – è da ricercarsi in Pride (In the name of Love), pezzo storico degli U2 che ha come punto di arrivo l’uccisione di Martin Luther King. Gli U2 sbagliano, collocano l’omicidio al mattino, King venne assassinato il pomeriggio e anni dopo lo stesso Bono sminuì il pezzo. E lo definì inadeguato al soggetto. Ma il rapporto con il continente africano nasce da quel Band Aid ideato da Bob Geldof e dal successivo Live Aid. Geldof è l’uomo che apre le porte dell’Africa a Bono.

Ed è proprio al Live Aid che gli U2 diventano popolari in tutto il mondo, concerto che si svolge in simultanea tra Londra e Filadelfia nel luglio del 1985, e al quale partecipano flotte di star, da Bob Dylan a Michael Jackson. Bono si apre alla causa africana comunque qualche anno dopo. In particolare lo fa con un articolo sul Guardian dal titolo: “Il debito mondiale mi fa arrabbiare”. Nell’articolo sosteneva la cancellazione del debito, ma copriva di elogi i leader politici, da Clinton a Brown, Schroederer e Blair.

Browne su questo punto è assolutamente spietato nella sua ricostruzione, minuziosa e precisa. “Per quasi tre decenni nella sua veste di figura pubblica, Bono si è fatto megafono di idee elitarie, sostenendo soluzioni inefficaci, trattando i più poveri con superiorità e leccando il culo ai ricchi e ai potenti”. Il suo approccio verso l’Africa è “un mix di vecchio stile missionario e colonialismo commerciale, in cui la parte povera del mondo non è altro che un obiettivo che il mondo ricco deve conquistare”.

 Bono, afferma Browne, è diventato “il volto premuroso della tecnocrazia globale”, che, senza alcun tipo di mandato, ha assunto il ruolo di portavoce per l’Africa, per poi usare quel ruolo per fornire “copertura umanitaria” ai leader occidentali . Il suo posizionare l’Occidente nel ruolo di salvatore dell’Africa ignorando al tempo stesso i danni che le nazioni del G8 stanno facendo non ha fatto che indebolire le campagne per la giustizia e la responsabilità e legittimare il progetto neoliberista”.
Un capitolo particolare, nel quadro che Browne fa di Bono, meritano i suoi rapporti con i potenti di turno. “Ovunque due o tre persone siano riuniti nel nome della ricchezza”, scrive Browne, “là c’è anche Bono a garantire per la loro bontà. Non si limita a riempire di belle parole posti come i meeting di Davos, ma lancia progetti e piani d’azione, promuove cause”. Nel libro si ripercorrono i buoni rapporti sia con la Apple e Microsoft.

Il punto è che se è vero che Bono mette la sua faccia a favore delle buone causa, non c’è dimostrazione che invece in quelle stesse battaglie metta i quattrini. Bono è un’industria, gli U2 hanno sempre guadagnato una montagna di quattrini, ma non c’è traccia di regali. Anche se non sempre Bono negli investimenti è accorto. Investì milioni in Facebook, quando venne quotata in borsa, per perderne una buona parte.

Non è stato grandioso l’investimento quando acquistò Forbes, la rivista americana, con un investimento da 250 milioni di dollari. Tre anni dopo la rivista ha iniziato un programma di licenziamenti e la chiusura delle redazioni di Los Angeles e Londra. Nello stesso periodo Bono investì anche in videogiochi: quella volta dal suo portafogli uscirono 300 milioni di dollari.

Da uomo di potere non può che avere amici potenti. Era stato buon amico di Bush senior, è diventato amico di Bill Clinton prima ancora che Clinton diventasse presidente (ma la sua candidatura odorava già di vittoria) è stato amico di W. Bush. In questi rapporto Browne racconta aneddoti molto divertenti e incontri dopo i concerti con molto scrupolo e citazione delle fonti. Nulla è romanzato: ci sono le date e gli orari, le città e le situazioni. Con tutto quello che comporta.

Quando Bush decide l’invasione dell’Iraq tutto il mondo aspetta da Bono un monito contro la guerra che non arriverà mai. Fu moderatamente interventista negli Stati Uniti, contro la guerra quando andò a ritirare la Legion d’Onore da Chirac, in Francia, assolutamente dalla parte di Blair quando entrava in Inghilterra. Nessun segnale di pace. Tanto che Jim Kerr, il cantante dei Simple Minds, lo attaccò pubblicamente: “Come può Bono dopo aver fatto concerti avvolto dalla bandiera della pace scambiarsi pacche sulle spalle con Blair ed elogiarlo?

Non posso credere che la gente non riesca a capire che per quanto si impegnino per l’Africa le mani dei leader mondiali grondano del sangue dei bambini iracheni”.In questo atteggiamento c’è tutto Bono secondo la penna di Browne: un frontman, appunto. Un volto. Pieno di buone intenzioni da predicare e nessuna buona azione da mettere in atto. Non esiste un Bono filantropo.

 

 

FONTE

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/bono-vox-esperto-rock-paradisi-fiscali-societ-off-shore-ci-fa-108176.htm

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