Il governo si rimangia le pensioni: “La riforma? La faremo nel 2018″

 

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L’esecutivo congela la modifica alla legge Fornero per non irritare Bruxelles. Avanti sul taglio della Tasi e dell’Imu, ma per le coperture si studiano nuove tasse

Riforma delle pensioni rinviata, se non archiviata definitivamente. Se ne ripalerà a ridosso delle prossime elezioni politiche, ammesso che la legislatura arrivi a scadenza naturale.

 
 

L’indicazione è di prima mano e fondata perché arriva dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti che ne ha parlato ieri sera alla festa dell’Avanti. «Nell’ultima finanziaria del 2018 faremo l’intervento sulle pensioni», ha spiegato, archiviando così le altre ipotesi.

L’ultima era quella di un provvedimento ad hoc, collegato alla legge di stabilità 2016, che è in preparazione. Ieri, poco prima di Lotti, aveva parlato il presidente della commissione Bilancio della Camera Francesco Boccia, auspicando una soluzione «a costo zero» in un provvedimento legato alla stabilità. Poi il segretario generale della Cisl Annamaria Furlan, ancora convinta che serva un cambiamento della legge in vigore perché «a 67 non si può continuare a lavorare su impalcature e gru». Ma il cantiere sulla previdenza è, di fatto, chiuso e la legge Fornero resterà in vigore almeno per altri tre anni.

A motivare il rinvio, l’impossibilità di fare una misura apprezzata da pensionandi, quindi l’introduzione di un po’ di flessibilità rispetto ai requisiti rigidissimi della legge Fornero, che sia anche a costo zero. Pesa anche l’esigenza di non irritare la Commissione europea, in vista di una sessione di bilancio che si annuncia difficile, nonostante le buone notizie che arrivano sulla crescita.

Ieri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha incontrato il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis (che ha la delega alla sorveglianza sui bilanci dell’Eurozona) e ha dovuto difendere il taglio di Tasi e Imu. Misure fortemente volute dal premier Matteo Renzi. Il responsabile di via XX Settembre nel suo incontro con il numero due dell’esecutivo europeo lo ha inserito dentro il piano complessivo di riduzione fiscale. Presentato come un incentivo alla ripresa dei consumi, indispensabile per ridare competitività all’economia italiana. Argomentazioni largamente condivise in Italia (anche nel centrodestra), ma che suonano malissimo in Europa. L’Ue non ama tagli delle tasse sugli immobili e vorrebbe dare la precedenza a riduzioni delle imposte su lavoro e imprese.

Comunque una scelta che monopolizzerà la legge di stabilità del 2016, insieme alla neutralizzazione delle clausole di salvaguardia, che vale 16 miliardi sui 25 della manovra.

Non ci sono tesoretti. Ma i dati macroeconomici stanno dando respiro al governo. Lo ha sottolineato lo stesso premier ieri al Tg1 . «Ci sarà un aumento delle stime di crescita». In sostanza, rispetto a uno 0,7% di crescita previsto per il 2015, si passerà allo 0,8%. Nel 2016 dall’1,4% al 1,6%. Per il premier è il segno che «l’Italia ha svoltato».

Dopo i dati sul Pil superiori alle attese ieri quelli sulla produzione industriale che a luglio ha registrato un aumento dell’1,1% congiunturale, il miglior dato da un anno (giugno 2014). Il governo conta di incassare il dividendo della crescita e di finanziare così la legge di stabilità. Su Tasi e Imu «le coperture ci sono già» e «l’Europa non è più un problema, basta guardare all’Europa come un problema perché l’Europa siamo noi», ha assicurato ieri.

Ma i margini di manovra sono risicatissimi. Lo dimostrano le voci su nuove tasse che continuano a circolare a Palazzo Chigi e, soprattutto, dentro i ministeri. Ieri è stata la volta di un rincaro delle tasse di soggiorno. Quella che pagano i turisti e sulla quale i singoli comuni hanno libertà di scelta. Facile alzarle, non pagano gli elettori.

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