LA BANCA FALLITA? UN RICCO CONTRATTO DI CONSULENZA PER IL COLONNELLO DELLA GUARDIA DI FINANZA, UN LUSSUOSO OROLOGIO PER IL PRESIDENTE DEL TRIBUNALE, PRESTITI FACILI PER IL GOVERNATORE DELLA REGIONE. COSI’ SI E’ COMPRATA CHI DOVEVA CONTROLLARE


COME TI ‘’CONSOLA’’ CONSOLI – UN RICCO CONTRATTO DI CONSULENZA PER IL COLONNELLO DELLA GUARDIA DI FINANZA, UN LUSSUOSO OROLOGIO PER IL PRESIDENTE DEL TRIBUNALE, PRESTITI FACILI PER IL GOVERNATORE DELLA REGIONE. SONO SOLO ALCUNI DEGLI STRUMENTI UTILIZZATI NEGLI ANNI D’ORO DA VINCENZO CONSOLI, EX AD DI VENETO BANCA AGLI ARRESTI DOMICILIARI

Giorgio Barbieri per La Repubblica

 Un ricco contratto di consulenza per il colonnello della Guardia di Finanza, un lussuoso orologio per il presidente del tribunale, prestiti facili per il governatore della Regione. Sono solo alcuni degli strumenti utilizzati negli anni d’ oro da Vincenzo Consoli, ex amministratore delegato di Veneto Banca agli arresti domiciliari con l’ accusa di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza bancaria, per ammorbidire chi sul territorio avrebbe potuto ostacolare la sua scalata ai vertici del sistema bancario italiano.

Una rete di amicizie che gli ha permesso di navigare indisturbato per anni, almeno fino all’ arrivo degli ispettori della Banca d’ Italia. Da qui il crollo del sistema Consoli e della sua creatura, con 87 mila soci che hanno subito l’ azzeramento o quasi del valore delle loro azioni, da 40 euro a 10 centesimi.

L’ indagine della Procura di Roma che ha travolto il padre padrone di Veneto Banca può quindi essere vista come l’ ideale prosecuzione di quella sul MoSE, che aveva già messo in luce il peggio del Nordest con le sue connivenze finanziarie, politiche e giudiziarie. Molti infatti sono gli intrecci tra i protagonisti dell’ inchiesta sulle dighe mobili di Venezia, su tutti l’ ex ad di Palladio Finanziaria Roberto Meneguzzo, e Vincenzo Consoli.
Ma a colpire è soprattutto la capacità del ragioniere di Matera di ammorbidire chi poteva creargli problemi sul territorio.

La relazione degli ispettori della Banca d’ Italia, all’ origine dei suoi guai giudiziari, è rimasta in un cassetto della Procura di Treviso per due anni: dal 2013, quando i magistrati di Roma inviarono ai colleghi trevigiani il materiale arrivato da Palazzo Koch, fino al 17 febbraio 2015, giorno della perquisizione eseguita dai finanzieri di Venezia nella sede di Veneto Banca su ordine della Procura di Roma.

Sulla base delle stesse carte in mano ai magistrati di Roma, Treviso aveva aperto nel 2013 un’ inchiesta con il generico «modello 45», che non prevedeva ipotesi di reato né indagati, e che per due anni non aveva avuto sviluppi. Solo dopo il blitz della Finanza, Treviso indagò Consoli per aggiotaggio, ma l’ inchiesta venne rapidamente assorbita dalla Procura di Roma.

«Così evitiamo inutili sdoppiamenti e sprechi di risorse», aveva spiegato il Michele Dalla Costa, procuratore di Treviso. L’ escamotage con cui venne radicata nella capitale la competenza territoriale è che «le condotte di ostacolo alle funzioni di vigilanza si sono compiutamente realizzate con la ricezione da parte della Banca d’ Italia delle relazioni che gli istituti di credito sono tenuti a mandare alla Banca d’ Italia».

Ma perché i magistrati della capitale non si avvalsero della Guardia di Finanza di Treviso, all’ epoca guidata dal colonnello Giuseppe De Maio? La risposta arrivò pochi giorni dopo quella perquisizione, quando improvvisamente De Maio venne trasferito da Treviso a Roma. I suoi colleghi avevano infatti trovato nella sede di Veneto Banca una proposta di contratto da 160 mila euro l’ anno più benefit che il colonnello ha però sempre smentito di aver firmato. Non è invece smentibile la fotografia resa pubblica di recente che ritrae Consoli e il colonnello De Maio mentre brindano con un calice di prosecco durante un viaggio in Brasile in occasione dei mondiali di calcio del 2014.

I magistrati sono poi convinti che il manager abbia influenzato le scelte del consiglio di amministrazione della banca anche dopo la sua formale uscita di scena nel luglio 2015. E questo attraverso alcuni uomini chiave come Giovanni Schiavon, già capo degli ispettori del ministero della Giustizia, poi presidente del tribunale di Treviso fino al giugno 2012 e oggi vicepresidente di Veneto Banca.

Negli anni in cui era al vertice del tribunale, si è scoperto che Schiavon avrebbe ricevuto da Consoli una bicicletta mountain-bike «Cannondale» da 5.500 euro nell’ estate 2009, e un orologio in oro bianco Vacheron Costantin da 11 mila euro nell’ autunno 2010. «Più volte sono stato richiesto dalla banca di fare conferenze ai suoi dirigenti in materia fallimentare, e non ho mai chiesto una lira di compenso », ha spiegato Schiavon, il cui nome però compare anche nell’ ordinanza di custodia cautelare per una mail inviata a diversi destinatari, tra cui lo stesso Consoli, nella quale chiede come salvare «i nostri personali investimenti » in vista della riforma delle popolari. Nel mirino dei magistrati finiscono anche i membri del collegio sindacale di Veneto Banca accusati di omesso controllo. Tra questi figura Michele Stiz, sindaco effettivo per 11 anni e figlio di Giancarlo, il magistrato che per primo imboccò la pista del neofascismo per la strage di piazza Fontana.

Nel corso degli anni Consoli ha poi allacciato forti legami con la politica, in particolare con l’ area di Forza Italia. Uno degli avvocati di Consoli è infatti il vicentino Alessandro Moscatelli, che divide lo studio con Pierantonio Zanettin, già parlamentare azzurro e ora nel Consiglio Superiore della Magistratura. Quest’ ultimo difende nel processo MoSE l’ ex parlamentare europea Lia Sartori, da sempre vicina all’ area di Galan e Ghedini, la cui sorella è moglie del procuratore Michele Dalla Costa. A Nordest tutto si lega.

 

 

FONTE

DAGOSPIA

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