ECCO COME FANNO APPLE, GOOGLE E FACEBOOK A PAGARE ZERO TASSE: LA MAFIA, A CONFRONTO, E’ ROBA DA DILETTANTI

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1. DA APPLE A GOOGLE, DA AMAZON A FACEBOOK, IL MONDO È IN MANO A UNA NUOVA MAFIA
2. GLI USA, CHE SONO LA PRINCIPALE VITTIMA DELL’EVASIONE FISCALE DI APPLE E DEGLI ALTRI GIGANTI AMERICANI DELLA NEW ECONOMY CHE PARCHEGGIANO ALL’ESTERO 1200 MILIARDI DI DOLLARI, PROTESTANO CON VEEMENZA CONTRO LA MULTA DELLA UE DI 13 MILIARDI. IL MOTIVO E’ SEMPLICE: SIA LE CAMPAGNE DI OBAMA CHE DI HILLARY CLINTON SONO STATE FINANZIATE DAI BIG DELLA NEW ECONOMY
3. NON SOLO L’IRLANDA, MA TUTTI GLI ALTRI GOVERNI EUROPEI POTREBBERO RECLAMARE PER LORO PARTE DI QUEL BOTTINO FISCALE DI 13 MILIARDI. L’ITALIA PERÒ NON PUÒ: POCHI MESI FA RENZI HA CONCLUSO UN ACCORDO CHE SANA L’INTERO ARRETRATO FISCALE DI APPLE CON 318 MILIONI, APPENA IL 2,3% DEI SUOI FATTURATI IN EUROPA. MA NON ERA PIÙ SAGGIO ASPETTARE LA MOSSA DI BRUXELLES?

 

FISCO, TASSI E COMMERCIO

Ugo Bertone per “Libero Quotidiano”

 L’accordo fiscale tra Apple e l’Irlanda venne siglato,nell’assoluta indifferenza delle autorità fiscali europee e americane, nel lontano 1991. Da allora ha avuto un ruolo determinante nel consentire alla Mela di accumulare un tesoretto di 187 miliardi di dollari custodito in vari Paradisi fiscali, al riparo dal fisco Usa e degli altri Paesi ove vende,con largo profitto,i suoi iPhone.

Merito di un’abile lettura delle contraddizioni e dei buchi della legislazione tributaria. Conta il dumping fiscale praticato nei fatti da Dublino, come dall’Olanda, oltre Oceano, dal Delaware e da altri. Ma anche un’architettura raffinata, a prova delle autorità dei singoli Paesi. In estrema sintesi, Apple ha concentrato i diritti sulla proprietà intellettuali in due controllate irlandesi che non pagano in pratica tasse perché considerate “non residenti”. Grazie a questo inghippo la Mela ha in pratica messo al riparo dal fisco più del 90% dei suoi guadagni internazionali negli ultimi dieci anni, pagando in media solo il 4% ai vari Paesi: una mancia piuttosto che una tassa.

 



Di fronte a questi numeri sembrava scontata una levata di scudi degli Stati. A partire dagli Usa, la principale vittima: Apple e gli altri giganti americani parcheggiano all’estero qualcosa come1.200 miliardi di dollari che ben si guardano dal far rientrare in patria.

E in quella direzione ha mosso qualche passo il G20, promettendo indagini ed accordi sovranazionali. Ma, alla prova del fuoco, l’intesa è andata in frantumi: Washington, che pure ha opposto il veto all’emigrazione fiscale di Pfizer in Gran Bretagna, protesta con veemenza contro l’iniziativa della Ue, che si è mossa nonostante il monito del segretario al Tesoro americano Jack Lew.

Nel week-end scorso, mentre si trattava sul caso Apple,ci ha pensato il ministro dell’Economia tedesco Sigmar Gabriel ad entrare a gamba tesa dichiarando ormai fallito il negoziato sul trattato commerciale Ttip perché «l’Europa non cederà mai alle pretese americane». Intanto,sul fronte monetario, si allontanano le due rive dell’Atlantico: la Fed si avvia ad aumentare i tassi, l’Europa insisterà nella politica del denaro a tasso zero o quasi. Tre indizi, si sa, fanno una prova. Ovvero, sotto la pressione della crisi economica, evaporano le intese tra i Big dell’Occidente. O nascono nuove combinazioni: Londra, fuori dal rigore dell’Unione Europea, potrebbe essere il partner ideale.

Tante sono le ipotesi, una la certezza: dietro il conflitto su Apple c’è qualcosa di ben più importante del fisco o dell’economia ma che investe due diverse filosofie messe sotto pressione dalla crisi. Gli Usa, alla vigilia della prova elettorale, non sembrano in grado di metter sotto controllo i Big della new economy. L’Europa non è in grado di praticare una politica comune: oggi fa la faccia cattiva perché  in ballo c’è un piccolo Paese, l’Irlanda, stremato dall’accanimento terapeutico tedesco. Ma è ormai una tigre di carta, inaffidabile perché divisa dai costanti conflitti di interesse.

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FONTE

DAGOSPIA

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