BOLDRINI? IMPONE IL FEMMINILE, MA LE IMPIEGATE DELLA CAMERA LA UMILIANO COSI’

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Laura Boldrini ha avviato le procedure per trasformare al femminile tutte le cariche dei dipendenti della Camera. Che però non apprezzano

Non si ferma Laura Boldrini. Anzi: raddoppia. Da lunedì prossimo al Palazzo dei gruppi parlamentari il presidente ha deciso che dovranno iniziare le operazioni per modificare tutte le denominazioni delle cariche dei dipendenti della Camera, declinandole al femminile.

Insomma, il consigliere diventerà consigliera, l’interprete-traduttore sarà traduttrice e via dicendo. Ma non tutti sono contenti, anzi. Le donne segretario parlamentare sono infuriate. Il motivo? Nel passato hanno lottato a lungo per ottenere la declinazione al maschile e liberarsi da quel femminile che tendeva a discriminarle. A considerarle come una sorta di factotum al servizio del potente di turno.

 

 



E così quando hanno letto i nuovi “indirizzi in tema di linguaggio di genere” hanno spedito una lettera alla Boldrini per lamentarsi. “Non appare superfluo ricordare – si legge – che la denominazione al maschile del termine scaturisce da rivendicazioni sindacali volte a superare una concezione riduttiva di una professionalità che, fino ad allora, veniva associata alla funzione di ‘persona tuttofare’”. E al Corriere che ha riportato la notizia una segretaria ha confessato: “Ci sembra un passo indietro, che non tiene conto dei progressi della società. È una decisione solo formale, mentre è la sostanza che conta”.

La decisione della Boldrini si è portata dietro anche strascichi politici. Il M5S infatti è critico sulla questione e pare che il presidente della Camera abbia deciso di non passare dall’Ufficio di presidenza per evitare uno scontro con i grillini. E così ha fatto tutto da sola, disponendo la sostituzione dei badge. “Nella certezza che tale provvedimento non trovi il consenso di molte colleghe” i sindacati di categoria vogliono che prima di cambiare la declinazione di genere delle loro mansioni ci sia una consultazione interna. Una sorta di referendum. “Il rispetto della parità di genere non può comportare l’imposizione della declinazione al femminile della professionalità in presenza di una diversa volontà della lavoratrice“.

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FONTE

IL GIORNALE



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