IL NOBILOTTO CHE DA GIOVANE GIOCAVA ALLA RIVOLUZIONE COMUNISTA: ECCO CHI E’ GENTILONI, IL CODARDO CHE PAGO’ 12 MILIONI (NOSTRI) AI TAGLIAGOLE PER LIBERARE LE 2 “GRAZIELLE”

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Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato per le ore 12.30 di oggi 11 dicembre al Quirinale, Paolo Gentiloni. Lo rende noto un comunicato della presidenza della Repubblica.
Di seguito un ritratto del futuro premier di Francesco Specchia.

«Dimissioni, dimissioni!/Franceschini e Francesconi/fan la voce da padroni/nella stanza dei bottoni: dimissioni, dimissioni!/Alla fine, furbacchioni,/salta fuori Gentiloni…», scriveva ieri lo storico Marco Cimmino sull’ affannoso andirivieni del ministro degli Esteri al Quirinale, ma proiettato verso Palazzo Chigi. Pregevole sintesi di un premier annunciato.

Ora, dovendo tranquillizzare l’ Europa, chetare gli avversari più incazzosi e narcotizzare la legislatura, la probabile scelta di Paolo Gentiloni, l’ uomo Lexotan, come prossimo Presidente del Consiglio potrebbe avere, per Sergio Mattarella (un altro, per intenderci il cui sguardo non è attraversato da saette) una sua ragione tattica. C’ è, magari incomprensibile, ma c’ è.

 

 

 

Svanito lo spettro di un complotto franceschiniano o di un golpe alla Piero Grasso, Renzi ora potrebbe dare l’ ok ad un esecutivo che abbia lo scopo essenziale di fare la nuova legge elettorale, concludere la trattativa con l’ Ue sulla manovra e presiedere i due grandi appuntamenti internazionali di marzo, i 60 anni dai Trattati Ue a Roma in marzo e il G7 di Taormina in maggio. Dopodiché, la prospettiva è di andare al voto ad aprile prossimo, forse giugno, forse inizio luglio, al massimo ottobre quando i governi stanno come d’ autunno sugli alberi le foglie. Ed ecco che, d’ istinto, all’ idea dell’ autunno, del grigiore, della sensazione livida del transeunte; ecco che, in un comprensibile passaggio psicanalitico, il primo nome che affiora è quello del conte Paolo Gentiloni Silverj, 62 anni, il ministro che pare sempre passato di là per caso.

Di Gentiloni, il «Metternich» estenuato del cattocomunismo , il «renziano prima ancora di Renzi» (copyright Fabio Martini), «un paravento che farà carriera» (Rutelli), si sa praticamente tutto. Dunque non mi soffermerò, qui, sulla sua biografia frastagliata. Sulla faccenda del cadetto di nobile famiglia romana; sul «Patto Gentiloni» che nel 1913 riportò i cattolici nella politica italiana impresso nel destino; sulle militanza giovanile con l’ eskimo al Tasso liceo della sinistra romana; sui trascorsi con Mario Capanna, col Movimento Lavoratori per il socialismo, o al Manifesto. Una sorta di lento percorso di Santiago politico che, poi, via via ha portato il nostro a stingersi nel radicale di Rutelli (di cui fu il demiurgo elettorale nelle elezioni vittoriose della Capitale), nel prodismo tiepido e nel renzismo pugnace.



Moti dell’ anima e della poltrona, codesti, che l’ hanno spinto più volte alla trombatura politica (l’ ultima a Roma contro Ignazio Marino) trasformata sempre e opportunamente nella reincarnazione in una poltrona superiore. Da portavoce a deputato, da ministro a (forse) premier. Né parlerò delle sue leggendarie partite a poker o a tennis con Ermete Realacci, Chicco Testa o Cacciari («che s’ incazzava e spaccava le racchette come Mc Enroe») l’ unico momento in cui il suo sorriso triste si trasforma in timido entusiasmo. No.

Se uno digita su Google il nome di Gentiloni emergono almeno mezzo milione di citazioni. Gentiloni è in Parlamento dal 2001, non lo noti perché tende a confondersi con le mura. Se diventasse premier transitorio, tra l’ altro, sarebbe il suo canto del cigno, perché lo statuto del Pd gl’ impedirebbe, in teoria, di candidarsi dopo il 15° anno sugli scranni. Ma questo è un dettaglio. Gentiloni ha successo perché, di solito, nel braccio di ferro dei partiti ha il privilegio di essere l’ uomo di sintesi, o -seconda l’ ottica- la terza scelta (stavolta dopo Padoan e Franceschini). Il ministro è un tipo corretto e gentile, anche se i simpatici sono diversi. Ha una laurea in Scienze Politiche e una moglie, parla cinque lingue, tra cui il democristiano antico. L’ ho incontrato spesso quand’ era a capo del dicastero della Comunicazione e il suo disegno di legge per smontare il sistema radiotelevisivo e Rete4 sembrava il piano Marshall delle tv. Una volta lo intervistai con Corradino Mineo: parlò per un’ ora di seguito, a ritmo di fado portoghese, di riforma Rai senza mai citare la Rai o dare una notizia. Io stavo impazzendo, Mineo, ammirato, invece si candidò col Pd. Però, se Gentiloni si arrampica su Palazzo Chigi, occorre sfogliarne i successi in curriculum. Che, diciamo, non abbondano.

Nel 2006 non risolve il problema della posizione dominante nella raccolta pubblicitaria. Nel 2007 vede fallire la sua riforma del servizio pubblico,ed è massacrato per aver proposto l’ obbligo di registrazione e d’ adempimenti amministrativi a ai siti web, in stile governo cinese; evita il linciaggio scusandosi. Da ministro degli Esteri, nel 2015, Gentiloni annuncia, come primo atto, di «riportare i marò subito a casa», e poi s’ è visto. In merito alla crisi legata all’ Isis -che lui s’ ostina a chiamare Daesh come Hollande, Cameron e Kery, e non porta bene- dichiara: «se necessario, l’ Italia sarà pronta a combattere in Libia contro lo Stato islamico, perché il governo italiano non può accettare che ci sia una minaccia terroristica attiva alcune ore di barca dall’ Italia», ma il suo decisionismo si perde a Bruxelles. Nello stesso anno, ci avverte dei rischi di infiltrazione terroristica tra i migranti, suscitando un’ ondata di panico, Renzi se lo mangia.

Poi si scusa. Si ripete pochi mesi fa, quando, per giustificare l’ astensione dell’ Italia sulla risoluzione dell’ Unesco che nega i luoghi sacri di Israele afferma: «Facciamo così da anni, è l’ undicesima volta che l’ Italia si astiene», aggiungendo al Corriere della sera «il voto all’ Unesco? Un nostro successo». Le comunità ebraiche gli tolgono il saluto, s’ incazzano perfino gli americani a cui, da sempre, il conte Gentiloni è vicino. Sbaglia spesso, ma facendolo con rispetto e sottovoce, la gaffe viene scambiata per strategia. Risultata ora -parrebbe- vincente. Prepariamoci al Lexotan…

Francesco Specchia

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