“VI SPIEGO PERCHE’ FINI E’ UN COGLIONE”: FELTRI MASSACRA IL PARASSITA DOPO GLI ARRESTI DEI SUOI COMPARI CHE GLI HANNO DATO I SOLDI PER LA CASA DI MONTECARLO

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Che storia quella del povero Gianfranco Fini, prematuramente scomparso dalla scena politica dopo esserci stato per un ventennio da protagonista. Egli oggi dice di se stesso: sono un coglione ma non un corrotto. Il che dal mio punto di vista è peggio. Un ladro infatti in teoria può ravvedersi e diventare onesto, mentre un coglione resta tale per tutta la vita.
L’ uomo fu scelto da Almirante quale proprio successore. Significa che alcuni numeri li aveva. E in effetti bisogna riconoscergli una certa abilità dialettica che però col tempo si è offuscata forse perché, essendo passato da posizioni neofasciste a posizioni liberal, ha perso le solide convinzioni che gli consentivano di parlare con la sicumera di chi ha la verità in tasca.



Fu Berlusconi a sdoganarlo in tempi in cui i missini erano considerati topi di fogna dai partiti del cosiddetto arco costituzionale. Accadde nell’ autunno 1993. Domandarono a Silvio chi avrebbe scelto per il Campidoglio, Fini o Rutelli?, e il Cavaliere indicò senza esitazioni il primo. Al quale pertanto venne garantita agibilità politica.
Da quel giorno molta acqua è scivolata sotto i ponti e non è questa la sede per raccontare il corso del fiume di centrodestra. Basta narrare qualche episodio per radiografare la personalità di Gianfranco. Una mattina mi trovai a Roma per motivi di lavoro e un paio di funzionari del Msi mi videro transitare per piazza Adriano e mi trascinarono nel teatro omonimo dove si stava svolgendo una manifestazione di quel partito. Mi issarono sul palco accanto a Fini che mi invitò a parlare dei mutamenti in atto in Italia per effetto di tangentopoli.
Dissi qualche cazzata, una delle quali memorabile. Questa: il Paese ha bisogno di svoltare. Serve che il vostro movimento esca dalle catacombe della nostalgia e si allei con Berlusconi e con la Lega (con cui i punti di unione sono più numerosi di quelli di divisione) allo scopo di formare una coalizione capace di opporsi alla avanzata dei postcomunisti di Occhetto. Per realizzare ciò è indispensabile che voi fascisti togliate la camicia nera e indossiate la camicia Oxford. Mi presero in parola.
Qualche tempo dopo durante una chiacchierata a Belluno, sollecitato da Tatarella, suggerii il nome da dare al nuovo partito di destra: Alleanza nazionale. Anche in questo caso mi presero in parola.
Ero in buoni rapporti sia con la Lega sia con gli ex fascisti. E all’ epoca anche Berlusconi mi dava retta. Cosa voglio dire? Fini era funzionale al progetto di Forza Italia (titolo di una trasmissione televisiva guidata da Nicola Forcignanò di cui ero tra gli autori) e andava imbarcato insieme con Bossi sulla navicella berlusconiana, altrimenti Occhetto avrebbe vinto incontrastato le elezioni nel marzo 1994.
Poi c’ è un poi, non breve.
Silvio, come sappiamo, diventa una figura importante nelle istituzioni e capo assoluto di quello che allora si chiamava Polo delle libertà. E Gianfranco, da sempre leader incontrastato del proprio partito, non digerisce di aver sopra di sé un signore quale Silvio ossia un politico improvvisato e abituato a comandare in azienda. Cosicché col trascorrere degli anni tra i due cominciano i dissapori, le incomprensioni. Tant’ è che ad un certo punto il Cav decide di trasformare la coalizione in un partito unico, il Pdl. Fini definisce tale iniziativa: comica finale. Ma un mese dopo, avendo intuito la malaparata, si rimangia il pesante giudizio e accetta festosamente di confluire nel gruppo voluto da Silvio, col quale si abbraccia pubblicamente sottoscrivendo il patto prima respinto e successivamente benedetto.
Il Pdl prevale alle urne e torna al governo. Non so perché, la ruggine fra i due politici ricompare e le liti si susseguono pressoché quotidianamente.
Nel 2009 faccio un titolo sul Giornale, al cui vertice ero rientrato dopo la infinita parentesi a Libero, in cui esprimo un dubbio: dove vuole arrivare il compagno Fini? Perché lo definivo compagno?
Egli da presidente della Camera, carica ottenuta grazie ai voti del Pdl, ogni giorno attaccava brutalmente Berlusconi ottenendo gli applausi della sinistra. Il mio titolo, per quanto legittimo, dà la stura a una aspra polemica tra Gianfranco e me, ma soprattutto tra lui e il premier accusato di manovrarmi quando, invece, sono notoriamente imprudente di mio e agisco in proprio, infischiandomene di Berlusconi a cui non ho mai chiesto protezione, ma solo lo stipendio, non basso.
La bega assume toni e dimensioni apocalittiche. Fini mi querela, tanto per cambiare, ma non succede niente. Fini fonda un partito. Esce dalla maggioranza, un casino infernale. Il presidente del Consiglio è in difficoltà per questioni numeriche.
Frattanto il Giornale, insufflato da Livio Caputo, un grande giornalista, scopre l’ altarino di Montecarlo, il famoso appartamento donato ad Alleanza da una camerata, nobildonna orobica che intendeva finanziare la buona causa della destra, e sbolognato da Fini, attraverso un giro incomprensibile, al fratello della moglie, signora Tulliani, già morosa giovane di Gaucci, patrono del Perugia calcio. Una bella donna.
L’ affaraccio si ingrossa, il Giornale dimostra di avere ragione, piovono le smentite, i media italiani stanno tutti dalla parte della terza carica dello Stato, noi cronisti eretici siamo tacciati di falso, manovratori della macchina del fango, servi di Berlusconi e via insultando. Fini non ha mai ammesso la porcata. Neanche ora che ai polsi di vari complici speculatori del gioco delle slot machine sono scattate le manette, neanche ora, dicevo, egli afferma di essere stato a conoscenza dell’ imbroglio.
Insomma, quella casa e un monte di denaro risultano confluiti nelle saccocce di madame Tulliani e del fratellino di costei, ma il nostro caro Gianfranco si proclama ignaro di ogni traffico truffaldino.
Non solo, dichiara di essere magari stato coglione ma non corrotto.
Vogliamo credergli? Crediamogli. Anche se preferiremmo che non ci prendesse eventualmente per il culo. Ci attendiamo da lui un segnale di aver intuito l’ antifona. O almeno delle scuse. Queste ci spettano. Ma non giungeranno. Peccato. Fini non è un coglione ma dà l’ impressione di comportarsi come se lo fosse.

di Vittorio Feltri

 

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FONTE

LIBERO

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