MILANO, PERIFERIE IN MANO AI MUSULMANI, RESIDENTI “COSTRETTI” A GIRARE COL COLTELLO IN TASCA: SON BASTATI 5 ANNI CON PISAPIA PER RIEMPIRLE DI MOSCHEE


Il quartiere di via Padova conta cinque moschee abusive Gli anziani ora hanno paura: «Di sera non usciamo più»

«Mamma guarda, fucile». L’entusiasmo del bambino che indica l’arma imbracciata dai militari del presidio di piazzale Loreto si scontra con il motivo per il quale i soldati sono lì.

Controllano lo slargo all’imbocco di via Padova, una delle arterie principali per accedere al centro di Milano provenendo da nord e da Sesto San Giovanni. Nonché caso emblematico di integrazione mal riuscita per i partiti di destra, «laboratorio» per quelli di sinistra. In questi quartieri, il censimento dei luoghi di culto irregolari promosso dalla giunta di zona guidata dal leghista Samuele Piscina ha contato fino a oggi 14 «chiese». Cinque sono moschee, le altre «evangeliche», di cui due proprio sull’asse di via Padova. Zona in cui la questione religiosa è molto sentita.

Negli anni la presenza di italiani si è sempre più diradata, non a caso il primo bar della via è gestito da cinesi. E i cartelli delle attività commerciali in doppia lingua sono rari: l’italiano gradualmente sta sparendo anche dalle insegne. Uno dei primi parrucchieri scrive orgogliosamente «Nos somos latinos» (noi siamo latini), segnale di una clientela più straniera che autoctona. Così come l’agenzia di viaggi Osama, cognome abbastanza comune nel mondo arabo, non punta sugli italiani per il fatturato. Cinesi e sudamericani sono più numerosi, almeno a contare i negozi che si incontrano procedendo verso nord.



La prima anziana italiana che incontriamo risponde a una richiesta di informazioni con l’aria preoccupata e si infila nel portone dicendo solo «No no no». E siamo ancora nel primo tratto dove i marciapiedi assomigliano più a quelli delle zone centrali che alla periferia, anche i posteggi per biciclette sono ricercati: due finte ruote fissate al terreno. Più si va avanti, peggiori sono le reazioni: «Quello che avevamo da dire lo abbiamo già detto – afferma il titolare di un centro di registrazioni musicali – si faccia un giro e guardi, da anni va avanti così è non è mai cambiato niente e ora arrivederci». Procedendo verso l’incrocio con via Arquà, altro buco nero in cui molti ex negozi sono ora postazioni di lavoro per prostitute di ogni sesso, si viene fermati da un trans già all’altezza di via Fanfulla da Lodi. È al lavoro alle due del pomeriggio: nonostante gli sforzi della polizia locale il commercio sessuale continua.

Ormai siamo nel cuore di via Padova, qui sono pochi anche gli asiatici. Latini e arabi hanno comprato case e attività creando una realtà a parte: «Io la sera esco sempre con il coltello in tasca perché la sera non ci sono italiani in giro – racconta Mario, pensionato che frequenta la bocciofila di zona – ormai non è più come prima». Il simbolo di questa parte della strada dove si concentrano due delle moschee milanesi sembra essere la bandiera italiana che pende issata solo a metà da un balcone di via Bassano del Grappa.

La situazione sembra invece normalizzarsi quando si supera il civico 200, nella via si arriva fino al 366 dove ha sede la moschea Mariam. Una barista siciliana lo spiega a modo suo: «Da questa parte di via Padova le cose sono più tranquille, è nella parte centrale che ci sono molti problemi, poi la formula è sempre quella: se ti fai i fatti tuoi vivi bene».

Le istituzioni stanno provando a farsi sentire e non solo con la presenza di una stazione dei carabinieri: «Qui è abbastanza tranquillo, negli ultimi tempi i controlli sono molto frequenti – racconta un barista all’altezza del civico 250 – vengono spesso anche qui, pensi che proprio sabato il poliziotto a cui ha sparato il killer di Berlino era nella sala scommesse qui a fianco e insieme ad altri colleghi hanno portato via un po’ di gente». Le istituzioni dunque non hanno mollato, almeno a sentire chi qui ci vive e lavora, ma nel cuore di via Padova vince ancora il degrado.

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IL GIORNALE

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